Dall'incubatrice nel luna park alle mamme canguro



Il primo prototipo non era altro che una scatola di legno con un coperchio di vetro: un ambiente riscaldato da una bottiglia di acqua calda al cui interno mettere i neonati prematuri, che spesso morivano proprio di ipotermia. Non era molto più sofisticata delle borse per l’acqua calda che alcuni reparti di maternità già utilizzavano, ma il merito di Tarnier fu di riuscire a convincere i colleghi che c’era qualcosa in più che si poteva fare.

In pochi anni, nell’ospedale in cui Tarnier lavorava e in cui installò le prime incubatrici, ci fu una diminuzione della mortalità di quasi il 30 per cento. Ma all’inizio ci credevano in pochi.
 Sul finire dell’Ottocento, un altro famoso ostetrico parigino, Pierre Budin, che già lavorava sul fronte della diminuzione della mortalità infantile, incoraggiando le madri ad allattare al seno, o almeno a sterilizzare il latte di mucca nel caso in cui non fosse possibile, cominciò a pubblicare rapporti dettagliati sui successi di Tarnier.

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