L’uso del pellet come fonte di energia alternativa è un errore


Oggi in Europa si produce da pellet il 65% dell'energia elettrica definita da fonte rinnovabile. Molti governi, sotto pressione per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni, hanno incoraggiato le industrie a utilizzare questo combustibile, distribuendo anche impostanti sussidi per la combustione delle biomasse.
 In questi anni abbiamo spesso sostenuto che le biomasse sono una valida alternativa ai combustibili fossili perché vengono reintegrate da nuove piantumazioni, in sostituzione del legno tagliato.
 A spiegare che questa presa di posizione si basa su di un errore di fondo è Duncan Brack, autore dello studio: «Il fatto che le foreste europee siano cresciute in estensione negli ultimi 20 anni non significa che tagliare piante per bruciarle non abbia un impatto negativo: è sbagliato pensare che reintegrando ciò che si taglia si ottiene un "riciclo continuo". Un conto è se la legna viene tagliata per costruire mobili, un altro se la si brucia».

Secondo Brack, nei nostri ragionamenti non teniamo conto del fatto che in sostituzione delle piante tagliate ci sono piante giovani, che per esigenze dell'industria e per fame di energia vengono a loro volta tagliate prima che siano cresciute abbastanza: a conti fatti il bilancio è squilibrato.
 C’è poi un fatto importante», afferma Brack: «in Europa il "valore" del carbonio non sottratto dall’atmosfera è calcolato al taglio della pianta, non quando la si brucia e tutto il carbonio assorbito viene restituito in una volta sola. Questo comporta anche che se il pellet è importato dalla Russia, dagli Stati Uniti o dal Canada, nel momento in cui lo si brucia l’anidride carbonica prodotta è del tutto "fuori bilancio" perché il legno arriva da altrove. In più, nel conto le emissioni non rientrano mai quelle prodotte dal trasporto del legno stesso.

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